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Per una pace giusta in Palestina

Il comitato di solidarietà Quincho Barrilete di Bolzano da qualche anno segue la situazione nei Territori Occupati Palestinesi, anche attraverso iniziative pubbliche e progetti in alcuni campi profughi e a Gerusalemme Est.
Siamo consci che il terreno delle rivendicazioni e del confronto politico sui diritti debba essere innanzitutto il luogo in cui si vive, ma nei Territori Occupati Palestinesi siamo di fronte ad un’emergenza umanitaria, democratica ed ambientale che deve coinvolgere le coscienze di chi si batte per i diritti basilari dell’uomo di qualsiasi nazione e religione esso sia.
Condizioni drammatiche coinvolgono la Striscia di Gaza e anche gran parte della Cisgiordania, sotto occupazione militare dal 1967. Israele non ha fermato l’espansione delle colonie (illegali in base alle risoluzioni ONU 452, 446 e 465) e del muro di separazione (illegale secondo il Tribunale internazionale dell’ Aja), né la massiccia ebraicizzazione di Gerusalemme est con la conseguente espulsione di centinaia di famiglie palestinesi dai loro quartieri e dalle loro case. I diritti basilari come istruzione, lavoro e a una libera comunicazione tra individui sono costantemente violati tanto da configurare oggi una condizione molto vicina all’apartheid sud-africana, di tragica memoria. Isolamento ed esproprio, con il conseguente assorbimento di terre, risorse e falde acquifere da parte dello stato israeliano sono quindi funzionali ad un progetto politico e demografico consolidato negli anni e trasversale ai vari governi susseguitesi in Israele, così come vi rientrano gli ostacoli posti alla formazione di uno stato palestinese libero ed indipendente e al rientro dei profughi.
Le risoluzioni ONU, i tribunali internazionali e le molte organizzazioni per i diritti umani israeliane ed internazionali denunciano da anni le politiche messe in atto dai diversi governi israeliani scontrandosi però con enormi interessi geopolitici ed economici.
Da anni numerose associazioni, sindacati, movimenti, comitati di base e singole persone, in Italia come nel mondo, si stanno adoperando impegnandosi in più ambiti a sostegno della popolazione palestinese.
Crediamo in una pace giusta che debba coinvolgere entrambe le popolazioni, ma ci sentiamo in dovere di denunciare una situazione oramai drammatica ed esprimere solidarietà ad una popolazione che da anni subisce gravissimi torti, come denunciato, ripetiamo, dalle istituzioni internazionali e da tante organizzazioni, anche israeliane ed ebraiche.
Con il supporto di associazioni, comitati, partiti e singole persone, il Comitato Quincho Barrilete di Bolzano vuole attivare anche in Alto Adige una seria campagna civile e politica che supporti il popolo palestinese e i movimenti pacifisti israeliani.

Palestina: la negazione di un popolo

Occuparsi della Palestina significa smuovere la propria coscienza addentrandosi nella storia e nella realtà quotidiana della sua gente.
Questi due fattori caratterizzano da decenni i percorsi di ogni singolo palestinese:
La storia, come la intendiamo, costruita nel susseguirsi degli avvenimenti, per i Palestinesi si condensa, se vogliamo, in un unica parola : Nakbah, ovvero catastrofe in arabo, che coincide, per i Palestinesi, con la fondazione dello stato di Israele nel 1948.
La catastrofe di un popolo sradicato a forza dalla sua terra, dalle sue case, dalle sue secolari abitudini, frammentato e diviso tra chi è diventato profugo, chi è tuttora costretto ad una cittadinanza di serie B nello stato d’Israele o chi vive sotto occupazione in Cisgiordania e Gaza.
Ma la storia può avere diverse facce ed interpretazioni, quindi nella “tradizione” studiata da milioni di Israeliani, i Palestinesi se ne andarono spontaneamente, incitati dai governi arabi, anzi la storiografia parla di un popolo senza terra (gli Ebrei) e di una terra senza popolo (la Palestina).
I Palestinesi, al contrario esistevano con le loro tradizioni tribali, una religione (l’Islam) non escludente, vista la convivenza con ebrei e cristiani e con un proprio patrimonio culturale.

Quella terra, bagnata dal Mediterraneo ad ovest e dal fiume Giordano ad est e bruciata dal sole del Negev era vissuta e lavorata, dove si poteva, da persone in carne ed ossa.
Lo stesso D. Ben Gurion, sionista e padre fondatore dello stato d’Israele, nel corso della sua lunga militanza politica afferma più volte la necessità di cacciare il più alto numero possibile di Palestinesi dalle proprie terre, non solo per allargare lo spazio fisico della comunità ebraica ma anche con il preciso obbiettivo di cancellarne l’identità nazionale.
Il tentativo evidente di annullare un popolo e la sua identità avviene non solo attraverso la distruzione dei villaggi, le decine di massacri e l’allontanamento forzato, ma anche negandone storia, tradizioni e cultura.
L’oppressione, lo sradicamento e la colonizzazione della terra palestinese hanno prodotto negli anni successivi alla Nakbah un forte senso di unità nazionale tradotto in un variegato movimento politico e militare, un fiorire di associazioni, comitati di base e generazioni di scrittori, poeti ed intellettuali che hanno tratto dalla loro condizione linfa creativa e volontà di resistere ed esistere, anche nell’abbandono e nella tragedia.
Le politiche sioniste dei governi israeliani non sono cambiate dal 1948 e la recente aggressione militare nella striscia di Gaza non è altro che un segmento, particolarmente tragico, della storia recente del popolo palestinese.
Milioni di persone in Cisgiordania e striscia di Gaza vivono l’occupazione militare più longeva della storia moderna, conseguenza della guerra dei 6 giorni del 1967, subordinati ad un esercito tra i più efficienti al mondo che ne “amministra” la vita.
Costretti a districarsi tra decine di check point che spesso impediscono la mobilità a studenti, lavoratori e contadini, isolati sempre più dal Muro, elemosinando acqua e lavoro (molti per poter sopravvivere sono costretti a lavorare nelle colonie ebraiche, i Palestinesi vivono nell’assoluta precarietà.
Con un economia locale distrutta, il popolo palestinese, compreso quello dei campi profughi, è ostaggio degli aiuti internazionali che vengono gestiti in parte dalle agenzie internazionali (U.N.R.W.A) e in parte dagli stati che appoggiano o favoriscono le politiche dello stato di Israele, in uno scenario tragico e schizofrenico.
Per fortuna esistono Ong (Organizzazioni non governative) ed organizzazioni di base indipendenti, che oltre a dare un appoggio materiale, denunciano le condizioni di vita drammatiche all’interno dei territori occupati palestinesi e le politiche criminali del governo israeliano.
Uno stato condiviso ?
La soluzione alla tragedia palestinese, per una pacificazione giusta dell’area è evidentemente lontana e condizionata da molteplici fattori.
Solo una profonda riforma politica all’interno delle istituzioni palestinesi, O.L.P. e A.N.P. in testa ed una rinnovata intesa tra i due maggiori movimenti politico-militari, Hamas e Fatah può riportare nell’agenda palestinese un’ampia discussione e delle politiche che portino all’autodeterminazione del popolo palestinese .
Diventa altresì determinante un cambiamento radicale delle politiche statunitensi ed europee nei confronti di Israele, partendo dalla condanna del movimento sionista, ideologia fondatrice di Israele, denunciandone gli aspetti razzisti e colonialisti che nulla hanno da spartire con la cultura e la religione ebraica.
Questo porterebbe il popolo israeliano e la sua élite politica, militare ed intellettuale a confrontarsi con la propria storia.
E’ in discussione da tempo all’interno della comunità palestinese e in minor misura in quella israeliana, l’opzione di un unico stato che comprenda l’attuale stato di Israele (territori occupati nel 1948), la Cisgiordania e la striscia di Gaza.
Una nazione condivisa, multi confessionale e multiculturale sarebbe la soluzione per il ritorno dei profughi, peraltro sancita dalle risoluzioni ONU, e per una pacificazione dell’area.
Questo obiettivo, che ora sembra utopico e molto lontano, potrebbe essere raggiunto grazie a una profonda analisi interna allo stato di Israele e, come dicevamo, un ampia riflessioni a tutti i livelli all’interno della società palestinese e a un cambiamento radicale delle politiche internazionali.
La strada verso la nazione condivisa è lunga e piena di ostacoli e, se vogliamo offrire un contributo anche noi abitanti di questa parte del mondo, colma di responsabilità nei confronti del Medio Oriente e delle sue genti.
Denunciare le politiche coloniali e criminali dei governi israeliani e la vera essenza dell’ideologia sionista in tutti i suoi aspetti, significa rompere il tabù imposto dall’assioma antisionismo uguale antisemitismo.
Dobbiamo avere il coraggio morale ed intellettuale di tracciare questo percorso, cominciato proprio in Israele da accademici e militanti pacifisti, che spesso sottolineano come guardare al passato e alle sue tragedie possa essere doloroso ma allo stesso tempo salvifico per le prossime generazioni ed il loro futuro.

Giorgio Cattaneo
maggio 2009