Etiopia: i diritti negati ai bambini

di Renato Danieli*

Il Nicaragua, purtroppo, è solo uno dei numerosi paesi del mondo che sono costretti ad affrontare il problema dei bambini di strada, o, più in generale, dell’infanzia abbandonata. Con l’occasione della donazione di un piccolo contributo ad un progetto operante in questo ambito, alcuni di noi hanno potuto vedere direttamente la situazione in Etiopia, paese del Corno d’Africa tra i più poveri al mondo. Anche qua, come in numerosi paesi denominati “in via di sviluppo”, la parte di popolazione più debole, cioè i bambini, anziani, ammalati è costretta a subire condizioni di vita al limite della sopravvivenza, che la realtà sociale gli impone.

L’Etiopia è tra le nazioni più povere d’Africa, e quindi del mondo intero; l’aspettativa di vita delle circa ottanta milioni di persone è di quarantadue anni e la mortalità infantile entro il primo anno raggiunge il 13%; la popolazione vive in maggior parte sugli altopiani e in un ambiente rurale dove l’economia del baratto è ancora maggioritaria, mentre lo stipendio medio mensile dei pochi che lavorano in città è di circa 200 birr (poco meno di 20 euro): A questo si può aggiungere che è praticamente inesistente una struttura sociale che possa tutelare, anche minimamente, la parte più indifesa della popolazione, che così si trova a dover sopportare condizioni di vita durissime, e, ovviamente nel momento del bisogno si trova sola ad affrontare problemi insuperabili.
Nella capitale Addis Abeba, tranne una piccola percentuale di persone che gode di un certo benessere, il resto è impegnato quotidianamente a cercare di sopravvivere in condizioni al limite del sopportabile. È frequentissimo vedere bambini vagare per le strade ammalati, abbandonati al loro destino, che spesso è la morte. In questo contesto è apprezzabile l’opera di missionari che con la loro forza e con qualche aiuto cercano di strappare alla disperazione numerosi bambini, per lo più orfani, che altrimenti non avrebbero nessun punto di appoggio al di fuori della strada e della sua miseria e violenza.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscere Padre Bernardo e il centro di educazione e sviluppo che dirige, il quale segue circa cinquemila minori e di riflesso le loro famiglie o quel che ne rimane. Nel centro Romagna, questo è il nome del progetto, vengono garantiti a questi ragazzi/e, a prescindere dalla loro religione ed etnia, scuola, alimentazione, socialità e svago. Normalmente vengono anche aiutati tramite adozioni a distanza, che possono garantire, oltre alla sopravvivenza quotidiana, anche una progettualità a lungo termine, che significa più serenità e responsabilità e permette a tanti minori di vivere la propria infanzia e progettare un futuro al di fuori della strada. Quello che abbiamo potuto constatare è che tutto ciò che viene devoluto è ottimamente impiegato.

Sicuramente il lavoro di Padre Bernardo e dei missionari, sia laici che cattolici, è importante, ma non potrà cambiare il futuro dell’Etiopia, che si trova ad affrontare problemi giganteschi; dalla presenza di numerosissime malattie endemiche (malaria, febbre gialla, tifo, lebbra, ecc.) all’ancora più devastante AIDS, che, si stima, arriverà a colpire la metà della popolazione nel 2009. Se non si incomincerà immediatamente un’opera di sensibilizzazione sul problema, che ancor oggi è sconosciuto alla gran parte di popolazione con tutto quello che ne consegue, è già ipotizzabile una specie di tragedia biblica dalle imprevedibili conseguenze. Il governo etiope, alle prese con i quasi perenni scontri di potere e all'”endemica” mancanza di risorse, non può certamente affrontare il problema da solo, ma, parlando con alcuni missionari che operano in diverse zone dell’Etiopia, abbiamo constatato che le grandi organizzazioni internazionali operano, tranne in sparute occasioni, in maniera poco costruttiva, per usare un eufemismo.

Abbiamo visto un progetto finanziato dalla Banca Mondiale, che si occupava di stendere 250 km di fibre ottiche per le comunicazioni per collegare Addis Abeba ad una città più a sud, Shashamane; forse bisognerebbe spiegargli che visti i pochissimi telefoni, forse sarebbe meglio impiegare i soldi in altro modo; ma, come ci spiegano i manager a capo di queste mastodontiche “strutture” economiche, questo è il futuro. Noi ci permettiamo di aggiungere che forse sarà il futuro, ma il presente significa fame, sete, malattie e morte. Ci sono altri esempi “edificanti” di cooperazione ad “alti livelli”, più o meno della stessa “intelligenza” e a volte anche peggio; sicuramente è palese come queste organizzazioni internazionali autoreferenti non sembrano animate da vero spirito di solidarietà, ma piuttosto dai soliti e vecchi giochi di spartizione di denari e potere, utilizzati al “comodo” mantenimento dello status quo.

Le esperienze vissute sono, anche se nella specificità del posto, simili a quelle vissute in Nicaragua ed in altri paesi vittime di un vergognoso sfruttamento aggravato da un malgoverno che “semina” disparità e diverso accesso a quel minimo indispensabile ad una vita dignitosa; finché tutto questo accadrà ci sarà sempre qualcuno che soffre e purtroppo i bambini e l’infanzia in generale saranno sempre i primi a pagare.
Renato Danieli è membro del Comitato di solidarietà Quincho Barrilete di Bolzano. Insieme a Ivan Degasperi, Paola Contarini e Roberto Ottaviani, tutti membri del comitato, ha visitato in febbraio 2005 l’Etiopia, e nello specifico il progetto per bambini/e di padre Bernardo.

Chiunque volesse ulteriori informazioni su questo progetto e/o volesse attuare un’adozione a distanza presso il progetto di padre Bernard può consultare il sito www.centroaiutiafrica.it oppure rivolgersi al Centro aiuti per l’Africa ONLUS. in via Alto Adige, 28 a Bolzano, tel.: 0471.970470.

 

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